The Grand Budapest Hotel

aprile 22, 2014 § Lascia un commento

The Grand Budapest Hotel1 stile architettonico: liberty

1 colore: rosa cipria

1 mestiere: lobby boy

1 luogo: Zumbrowka

1 cibo: i dolcetti di Mendl’s, nella loro confezione (ovviamente) rosa cipria

1 look: baffi per tutti

Wes Anderson ha creato un nuovo mondo, poetico e incantato come al solito. Tutto ruota intorno alle sorti di un albergo di lusso in mezzo ai monti, che ha conosciuto epoche migliori. Di questo albergo, The Grand Budapest Hotel, e delle sue epoche migliori parla il film. Per me, super promosso: cast d’eccezione e scene che sembrano quadri.

La mia bacheca a tema su Pinterest: http://www.pinterest.com/paolasereno/movies/

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Guardami (online) – Jennifer Egan

giugno 30, 2013 § 1 Commento

Guardami-Egan

Guardami tra le lenzuola

Rockford è “il più tipico dei brutti paesaggi americani, il genere di posto che faceva incupire gli europei“, ex città industriale  oggi in declino. Qui vive Charlotte, una nerd adolescente che sa tutto dei pesci tropicali e di notte esce in bicicletta per andare a fare sesso con un sedicente professore di matematica di dubbie origini. Qui un’altra Charlotte ha avuto un incidente d’auto dalla quale è uscita con un volto nuovo, ricostruito dalla chirurgia estetica. Charlotte faceva la modella, prima, ma ora a New York con la sua nuova faccia non la riconosce nessuno. Una storia perfetta per il pubblico americano, e Charlotte si trasformerà in un’ “indossatrice della sua stessa vita“, però online. E Jennifer Egan ha scritto Guardami nel 2001, prima che tutti noi dedicassimo una buona parte della nostra vita a raccontarci sui social network, preoccupandoci di essere fighi nelle foto su Facebook e condividendo ogni nostro cocktail su Instagram. La Egan è narratrice del nostro tempo e della nostra società come pochi altri, e spesso nei suoi libri trovano spazio – in forma traslata e quasi fantascientifica – le dinamiche del mondo digitale. Se qui si introduce il tema del racconto di sé sul web, nel capitolo finale de Il tempo è un bastardo – il libro con cui ha fatto il botto vincendo il premio Pulitzer nel 2011 – si immaginava un mercato discografico totalmente in mano ai “puntadita“, i bambini che acquistano musica dai loro dispositivi touch (vi dice niente il termine “bimbiminkia“?).

Ma i riferimenti digital nella narrativa della Egan probabilmente li vedo solo io, che ci sono dentro fino al collo. Perché come costruisce i personaggi, Jennifer Egan! Moderni, complessi, pieni di sfumature, mai comprensibili  al 100% (come le persone). Prendiamo Charlotte, la modella con il viso devastato. E’ un trionfo di superficialità, una che viveva solo grazie a una bella faccia e a un bel corpo, una che  va alle feste. Però ha un dono, vede la personalità ombra della gente. Il loro nato nascosto, quello che cercano di nascondere, il loro essere stati bambini grassi, la loro paura celata sotto un’apparenza ben curata. Dopo l’intervento, torna a New York: non va più alle feste, e la sua vita è un deserto di solitudine, non ha amici, non ha legami.

Prendiamo Moose, lo zio dell’altra Charlotte di Rockford. Moose è stato l’idolo del liceo, poi è diventato un professore di storia pazzo, fissato con la storia industriale di Rockford. Una storia che era fatta “di oggetti, di angurie e frumento e bestiame e corde, di mietitrebbia. […] Ma gli oggetti avevano perso il loro fascino ormai da generazioni, instradati verso paesi dove fabbricarli costava meno. E le informazioni erano l’esatto contrario degli oggetti: prive di forma, ubicazioni e componenti. Di contesto“. E poi c’è Z., ma di lui non si può parlare senza cadere nell’effetto spoiler. Diciamo solo che la Egan, in questo libro, oltre a parlare della trasformazione delle persone in brand online, parla anche di complotti terroristici. Prima dell’11 settembre.

Guardami è stato scritto, infatti, nel 2011. Prima di Il tempo è un bastardo. Probabilmente, la minimum fax lo ha pubblicato sull’onda del successo dell’altro libro. E’ meno bello di Il tempo è un bastardo? Probabilmente sì, ma non è una ragione sufficiente per non leggerlo.

Fast and furious e il femminismo.

giugno 7, 2013 § Lascia un commento

Se gli uomini corrono in auto e si menano, anche le donne corrono in auto e si menano. E non è femminismo, questo?

michelle-rodriguez-fast-furious-6-320x480Non chiedetemi perché ho visto Fast and Furious 6. L’ho visto.
E al cinema. Diciamo che sono una ragazza ragionevole che ha un rapporto paritario con il proprio uomo, e dunque la settimana scorsa abbiamo visto Il Grande Gatsby come volevo io e questa volta si vanno a vedere macchine e inseguimenti ed esplosioni. Tanto non paghiamo perché abbiamo la tessera del Grande Cinema 3.

Ero preparata al peggio. E difatti, il film si è rivelato piuttosto inutile, con una trama che è solo un pretesto per scazzottate in stile cartoon (dove sembra che nessuno si faccia mai veramente male, però), macchine truccate e sparate ai 300 all’ora nel centro di Londra (senza investire nessuna adorabile vecchietta o piccolo bambino, però) e così via. Ci sono anche una Ducati e una Giulietta, per i fan del Made in Italy e gli attenti osservatori delle strategie di product placement.

E dunque, perché mai dedicare un post in questo serissimo blog a una pellicola così inutile e palesemente tamarra?  Per le donne.
Su Wikipedia, a proposito di Fast and Furious 5, si fa riferimento a “ruoli statici delle donne”: inutile dire che io il 5 non l’ho visto, ma nel 6 le donne non sono statiche proprio per niente. Anzi si menano di brutto.

La (scarsa) trama del film ruota intorno a Letty, la compagna di Don data per morta alla fine del 5. Ma Letty (Michelle Rodriguez) non è morta per niente, anzi è in splendida forma: ha due spalle da paura, indossa canotta nera, jeans e stivali, fa le gare clandestine di corse in auto e mena. Che poi, è il cuore del film, cioè quello che fanno tutti, per tutti i 6 film della serie, quasi ininterrottamente (nel resto del tempo fanno il barbecue davanti a casa). Gli uomini corrono in auto e si menano. Ma ora, anche le donne corrono in auto e si menano! Non è femminismo questo?

Dunque, mentre sullo schermo esplodevano veicoli e un carro armato (!) seminava il panico in un’autostrada spagnola, io riflettevo sul ruolo della donna in Fast and Furious 6. Non solo Letty, c’è un’altra donna nel team di Don, e ci sono donne nel gruppo dei “nemici” e anche una donna nella polizia, che peraltro è Gina Carano, che è una che combatteva per mestiere. E tutte sono incazzuse e combattive. Quindi, in un film ad alto tasso di testosterone, anche le donne sono testosteroniche, e non stanno a casa ad aspettare i loro uomini (a parte Mia, che però poraccia c’ha pure un pupo appena nato, diciamo che è in maternità).

Ora, io personalmente sono una che alla canotta preferisce gli abitini anni ’50 e alle macchine truccate la bicicletta, dunque il modello-Fastandfurious non fa per me (e Toretto non è esattamente il mio ideale di uomo). Ma che messaggio manda il film alle donne? Secondo me, e sono pronta ad accettare le critiche, positivo. Perché le donne non sono diverse, all’interno di quel peculiare microcosmo di tamarri che è il cuore del film, e la mia visione delle cose è che uomini e donne siano molto meno “contrapposti” di quanto ci facciano credere. Se un film parla di gente tamarra che picchia duro e guida in modo assurdo, ok va bene, ci saranno uomini e donne a fare queste stronzate, così come ci sono bianchi e neri, biondi e mori etc etc. Io la vedo così, almeno. E preferisco una Letty che picchia duro a un banale ruolo di mogliettina da salvare.

Fast And Furious 6

They’re real – review mascara

maggio 26, 2013 § Lascia un commento

Recensione mascara Benefit, da Sephora

mascara Sephora

Milano, stazione Centrale. Il mio treno parte da 15 minuti. Giusto il tempo di dare un’occhiata da Sephora, che guarda a caso è subito davanti al binario da cui devo partire. Compro solo uno smalto rosso da abbinare con l’abito per il matrimonio di sabato e vado, mi dico entrando nel negozio. Compro lo smaltino, marca Sephora, pochi euro.Brava. Mi attardo un momento a guardare un paio di mascara. E qui, tac,  arriva La Commessa Zelante. Forse è una neoassunta, forse è la veterana delle commesse che deve far vedere alle altre come si lavora. Sta di fatto che mi aggancia e, notando il mio interesse per la categoria merceologica “mascara”, esordisce con un subdolo “posso farti vedere il prodotto che vendiamo di più? [pausa studiata] non fra i mascara, il prodotto più venduto in assoluto”.
Trattasi, appunto, di “they’re real” di Benefit, un’esclusiva di Sephora.
E da qui, è storia.
La marca non l’ho mai sentita nominare, il packaging non mi piace un granché (a differenza degli altri prodotti della stessa linea, che invece hanno uno stile molto fifties, molto fun, e dei nomi spaziali). Costa 24,50 €, praticamente un top di gamma. Ma fa le ciglia lunghissime, folte, incurvate, da gatta, da bambola, effetto ciglia finte ma senza appesantire…
Naturalmente, lo compro.

PREGI
Devo dire che sono rimasta soddisfatto: l’effetto sulle ciglia è davvero impressive, sia che si usi in modo normale, sia usando lo scovolino come mi ha spiegato la Commessa Zelante, ovvero in verticale, per potenziare l’effetto scenografico.

DIFETTI
Il prezzo da pagare per ciglia così lunghe è un certo disordine, sopratutto alle estremità dove la resa non è, a mio parere, così precisa. Concordo con altre blogger sul fatto che si tratta di un mascara “da sera”, scenografico, d’impatto, ma poco pratico per il giorno (da escludere se, come me, si portano gli occhiali).
Tanto splendore, poi, implica una certa fatica per rimuoverlo, dunque meglio partire attrezzati con un buon struccante per occhi.

Ho cercato altre info in Rete sulla marca Benefit, che è appunto un’esclusiva di Sephora, e devo dire che ha dei pack davvero divertenti, con questo stile un po’ Fifties, anche se quello del mascara in oggetto non è uno dei più riusciti. Tra i prodotti cult, anche il mitico correttore salmone di Clio.

La parola del giorno: “effortless”

marzo 26, 2012 § 2 commenti

“Effortless” significa, letteralmente, senza sforzo. Ma sarebbe più corretto aggiungere “senza sforzo apparente“. Effortless è l’eleganza francese, come sottolinea Carine Roitfield di Vogue dalle pagine di D, quell’allure super chic che però sembra assolutamente spontanea, quasi casuale. Ovviamente, non viene da sola, realmente “senza sforzo”, ma è il risultato di un duro “allenamento allo chic” che in certe donne è quasi naturale, e per le francesi probabilmente incorporato nel latte materno, e per certe altre è praticamente impossibile, a prescindere dal budget, dall’età o dalla taglia. Il lato femminile e modaiolo della parola effortless ve lo potrei spiegare per ore, ma vi consiglio di fare un’altra cosa per capire cosa sto dicendo. Aprite Pinterest (come, non sapete cos’è Pinterest? ma dove vivete?) e digitate nel form di ricerca questa parolina magica.

La bacheca virtuale si riempirà all’istante di ragazze in abbigliamento casual, capelli fintamente spettinati (“messy bun”), make-up studiatamente naturali, e poi ancora stanze piacevolmente disordinate e tavole apparecchiate con colori attentamente a contrasto. Et voilà, la parola effortless si accompagna spesso e volentieri a “chic” o “glam”, perché certo che uno può fare le cose “senza sforzo” ma l’effetto dev’essere come se avesse preso le prime cose che trovava nell’armadio, non è che poi lo fai davvero, stiamo mica scherzando.

Comunque, ridurre il termine effortless al settore vestiti/capelli/trucco mi pare limitativo: non siamo mica qui a pettinare le bambole e occuparci solo di cose da femmine. Ad esempio, ma li vedete gli atleti? Corrono come se fosse l’unico modo di muoversi concesso agli uomini, nuotano come pesci, tirano delle mine allucinanti con la massima naturalezza. Fatti i dovuti paragoni, vale anche per noi comuni mortali: io quando nuoto non mi stanco mica tanto (ok, considerando una velocità media e un allenamento di un’ora massimo), esco dall’acqua tranquilla e rilassata. Quando corro invece, mi pare di fare una violenza al mio stesso corpo che ansima per incamerare preziosa aria e soffre in ogni muscolo dalla pianta dei piedi al petto. E’ una questione di allenamento,e di inclinazione personale.
Leggevo qualche tempo fa un articolo di Internazionale, che purtoppo non sono riuscita a ripescare, in cui si utilizzava il concetto di stato di grazia per esprimere il momento in cui una persona, atleta o meno, riesce a fare le cose con splendida naturalezza, in modo fluido e preciso e perfetto: questa apparente facilità è frutto di un costante allenamento, che consente di eseguire una sequenza di azioni in modo spontaneo, e con il distacco necessario, senza pensarci. Allora e solo allora, quando raggiungi lo stato di grazia, hai imparato. Un po’ come guidare, no? Io ad esempio lo stato di grazia nel parcheggio non l’ho mai raggiunto. Magari con qualche ora di allenamento extra ce la posso fare.

Il tempo è un bastardo. Un libro.

marzo 5, 2012 § Lascia un commento

Il tempo è un bastardo” di Jennifer Egan, edito dalla premiata ditta Minimum Fax, è un romanzo sperimentale, in un certo senso. Ma per fortuna non è sperimentale nel senso che è illeggibile, anzi.
In realtà non è nemmeno proprio un romanzo, più una raccolta di racconti,  perché ogni capitolo è una storia nuova, ambientata in un tempo e in un luogo completamente diverso dal precedente. Ma non è nemmeno una raccolta di racconti, perché ogni storia è sempre in qualche modo intrecciata e concatenata alla successiva, a tutte quelle passate e a quelle che seguiranno, in uno studiatissimo gioco di incastri. A legarle c’è un personaggio, magari minore, presentato appena di sfuggita, che nel capitolo successivo ritroviamo da protagonista, in una vicenda che accade anni prima, o anni dopo. Il tempo è relativo, è un bastardo. Le prime righe di ogni capitolo disorientano, sembra la funzione shuffle dell’ipod, ma poi andando avanti scopri che nulla è casuale, questo è un concept album, mica una playlist mal costruita. Alcuni elementi fanno da fil rouge ai racconti sparsi nella linea temporale: la musica e l’industria discografica, rappresentata dal produttore Bennie Salazar, alcuni personaggi che ricompaiono più volte come Sasha, già assistente di Bennie.
Non siamo davanti a uno di quei libri introspettivi intellettuali radical chic in cui non accade nulla, qui ogni capitolo è un mondo, ogni storia densa di avvenimenti e godibilissima da leggere. L’atmosfera poi è più radical che chic, c’è il punk di fine anni ’70, gente allo sbando, la Napoli dei bassifondi e i neo-ricchi al country club. L’aspetto innovativo – forse la motivazione del premio Pulitzer assegnato a Jennifer Egan – è stato associato in modo particolare al capitolo in Power Point (ma ormai non si usa Keynote?) che sta in mezzo al libro con le sue slides in orizzontale che fanno tanto dispense universitarie: è il più strambo ma non certo il più bello,  nonostante grafici e blocchi riescano comunque a trasmettere un certo spessore psicologico e raccontare un tema bizzarro come quello di un adolescente che cronometra le pause nelle canzoni.
Musica centrale anche nel capitolo di chiusura, ambientato in un futuro molto prossimo dominato dai microportatili e dalle opinioni di blogger venduti, un futuro in cui il mercato discografico è deciso dai neonati.

Leggi anche:

– le recensioni della stampa sul sito di Minimum Fax
– sempre Minimum Fax, la mia recensione di Aimee Bender

scrivere una poesia su come scrivere un curriculum

febbraio 6, 2012 § 1 Commento

Una poesia sullo scrivere un curriculum vi sembra una cosa strana? Forse perché pensate che le poesie parlino solo d’amore, o di guerra o di morte? Bè, Wislawa Szymborska l’ha scritta. E d’altronde, una con un nome così può fare qualsiasi cosa. Io ammetto la mia ignoranza totale su questa poetessa di cui si è parlato ultimamente, perché è morta. Ne ha parlato anche Roberto Saviano, ieri sera da Fazio. E ha letto questa poesia.
Se la volete vedere letta da Saviano in video cliccate qui, ultima parte dell’ultimo video.
Se ve la volete leggere da soli ve la copio-incollo qui. E per noi generazione che non ama la monotonia (no comment), scrivere curriculum è un’occupazione che ci accompagna nel tempo, come il giardinaggio, ci siamo abituati.

Scrivere un curriculum  

Cos’è necessario?
E’ necessario scrivere una domanda,
e alla domanda allegare il curriculum.

A prescindere da quanto si è vissuto
Il curriculum dovrebbe essere breve.

E’ d’obbligo concisione e selezione dei fatti.
Cambiare paesaggi in indirizzi
E ricordi incerti in date fisse.

Di tutti gli amori basta quello coniugale,
e dei bambini solo quelli nati.

Conta di più chi ti conosce di chi conosci tu.
I viaggi solo se all’estero.
L’appartenenza a un che, ma senza un perché.
Onorificenze senza motivazione.

Scrivi come se non parlassi mai con te stesso
E ti evitassi.

Sorvola su, cani gatti e uccelli,
cianfrusaglie del passato, amici e sogni.

Meglio il prezzo che il valore
E il titolo che il contenuto.

Meglio il numero di scarpa,
che non dove va
colui per cui ti scambiano.

Aggiungi una foto con l’orecchio scoperto.
E’ la sua forma che conta, non ciò che sente.

Cosa si sente?
Il fragore delle macchine che triturano la carta.

Wislawa Szymborska

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