Appunti da Operae, la fiera del design indipendente

ottobre 15, 2014 § Lascia un commento

Domenica scorsa sono stata a Operae, la fiera dedicata ai designer indipendenti allestita a Torino Esposizioni. Ve la racconto con un esperimento, tanto per restare in tema: il mio primo scrapbook, un po’ ispirato, lo ammetto, a quelli fighissimi di Zelda was a writer.

Operae Torino

Operae Torino

Le tracce della vita.

settembre 29, 2014 § Lascia un commento

Loulou Van Damme

A proposito di un articolo letto ieri su D Casa, in terrazzo, con una tazza di tè (vedere tazza in alto a destra, nella foto).

Tutti i trend del #SMMDay 14

giugno 25, 2014 § Lascia un commento

Schermata 2014-06-25 a 12.40.28 Non un resoconto di una giornata dedicata al Social Media Marketing, con 16 incontri di 20 minuti ciascuno e tanto di gong finale. Un tentativo, invece, di scoprire cosa “va di moda” quest’anno nel mondo dei social, un po’ come fanno le riviste femminili con il radiant orchid, o le le ciabatte griffate.

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la lampada della pixar

dicembre 15, 2011 § Lascia un commento

In queste settimane si fa un gran parlare della Pixar, la casa di produzione di tanti lungometraggi di animazione, da Toy Story a Cars. Io ammetto di non essere una fan del genere, e di non aver visto film “animati” per moltissimo tempo dopo La Sirenetta (dovevo avere 9-10 anni).
Poi, mi sono imbattuta in qualche corto e lungometraggio a casa di amici con figli piccoli.
Poi, nella mostra dedicata a Steve Jobs al museo di scienze regionali di Torino.
Insomma, tutti ne parlano e pare che io sia stata fuori dal mondo fino adesso. A Meet the Media Guru è ospite Lasseter, che della Pixar è (ovviamente) il direttore creativo: la folla impazzisce, come riassume questo Storify. A Milano c’è una mostra intera dedicata alla Pixar. Su Internazionale c’è un lungo articolo dedicato a come si lavora alla Pixar, apparentemente una specie di paradiso, tra cereali gratis e possibilità di personalizzare i propri spazi di lavoro nei modi più assurdi. Di tutta questa euforia mediatica sul tema, vorrei salvare solo un piccolo aneddoto, probabilmente già arci-noto e arci-raccontato.
Come tutti sanno (e se non lo sapete siete fuori dal mondo quasi quanto me), ogni film della Pixar inizia con la sigla in cui si vede una lampada da lavoro che schiaccia la I del logo. Questa lampada è un omaggio al primo corto della Pixar, che risale al lontano 1986 e si intitola Luxo Jr. Lo potere vedere QUI. E’ la storia di una palla e di due lampade – una piccola e giocherellona e una più grande che cerca di tenere a freno l’altra.
Racconta Lasseter che dopo la presentazione del corto a una conferenza di specialisti di computer graphic vide un informatico che conosceva avvicinarsi verso di lui.  “Trepidante, si domandava di cosa volesse parlargi: algoritmi del rendering? z-buffer? jaggies? (ovviamente non so cosa siano, sto citando dall’articolo di Internazionale). Ma Blinn aveva solo una domanda: “John, la lampada più anziana era la madre o il padre?
Perché citare questa storiella? Per ricordare  che gli effetti speciali più cool del mondo non valgono nulla senza una buona storia. Che alla base di tutto ci sono le emozioni. C’è il racconto, oggi come nell’86 come ai tempi di Omero. Che poi, intorno al nucleo centrale di una semplice storia ci siano tecnologie potentissime e miliardi di ore di lavoro di un casino di persone, bè, quella è un’altra storia.

Microstyle – doppi sensi & giochi di parole

dicembre 9, 2011 § Lascia un commento

Per un copy, ricorrere a giochi di parole è una cosa geniale o una boiata pazzesca? Vediamo cosa ne pensa il nostro amico Johnson, autore del già citato Microstyle.

8 – use ambiguity for good, not for evil

I filosofi che cercano di dare un ordine al mondo, i compilatori di dizionari, i censori e i computer odiano l’ambiguità delle parole. I pubblicitari e gli autori di aforismi, invece, si esaltano di fronte a un gioco di parole brillante. Ma il limite tra geniale e ridicolo è pericolosamente sottile, e chi scrive utilizzando – di proposito – ambiguità e doppi sensi, deve stare molto molto attento.
Un esempio da manuale è la campagna di Saatchi & Saatchi del 1979 che pericolosa lo è stata davvero, avendo contribuito al successo elettorale della Thatcher.

Saatchi & Saatchi ThatcherQui il gioco di parole, basato sul doppio significato di “Labour” come lavoro e come partito, funziona perfettamente perché la frase può essere letta in due modi, entrambi allo stesso modo sensati e legati al contesto: la mancanza di lavoro, e il cattivo operato del partito.

Ta l’altro, mentre cercavo questa immagine, Google mi ha restituito anche la versione “attualizzata” di questa campagna, ovvero un manifesto di Romney contro Obama che, utilizzando la stessa immagine con le file di disoccupati, riporta l’headline “Obama isn’t working”. Peccato che il gioco di parole si perda completamente…

In ogni caso, nella disputa “giochi di parole si o no” Johnson certamente si mette dal lato dei primi, e tutto il suo libro è improntato al tema del divertimento insito nella scrittura. Infatti, sostiene, il microstyle è l’opposto del Big Style, quello rigido e codificato della Grande Letteratura. Per lui, anche le regole della grammatica possono essere infrante, e infatti dedica un altro capitolo proprio al “break the rules”…ne riparlerò, giurin giuretto!

Leggi anche micro-recensione di Microstyle

Alla ricerca dell’agenzia ideale (con Emanuele Nenna)

ottobre 17, 2011 § 1 Commento

Sono riuscita a mettere le mani su questo libretto bianco intitolato “Not Available – l’agenzia di comunicazione ideale: come dovrebbe essere e perché non c’è”.Me l’ha prestato il mio capo, e questo è un buon segno perché vuol dire che – almeno lui – non ha ancora perso le speranze di costruire qualcosa di buono. L’ha scritto Emanuele Nenna nel 2008, e ora già sappiamo che l’autore è passato all’azione e l’agenzia ideale sta provando a farla, e infatti si chiama Now Available, quella della mucca volante.

Era il 2008, altri tempi, ma Nenna in questo libretto ci dà un’idea quanto mai moderna dell’agenzia dei suoi sogni:

– è un’agenzia olistica, che non si perde in distinzioni tra above e below the line, new e old media, ma fa di tutto;

– fa di tutto ma lo fa bene, perché ha al suo interno professionisti di diverse discipline e grandi talenti creativi;

– è creativa ma anche strategica e analitica, perché misura ogni risultato;

– misura talmente ed è talmente sicura di sé che è disposta a farsi pagare per i risultati (pay per results);

– ha in mente il risultato del cliente come prima cosa, non gli fa una campagna ma un progetto;

– progetta strategie, usa i termini del marketing e gli strumenti della statistica, analizza prima di creare;

– quando crea, lo fa alla grande e in modo neutrale (il fine giustifica i mezzi, e anche i media);

– quando crea, lo fa partendo dalle idee e mirando all’obiettivo;

L’agenzia ideale di Nenna ci mostra cosa è diventato oggi il famoso “pubblicitario”, figura mitologica che esiste solo nei tweed di Mad Men (ho detto tweed come la stoffa, non tweet come Twitter) e nei ricordi di Silvio Saffirio: oggi l’agenzia è “totale”, non gli basta fare una bella paginetta stampa ma si prende in carico i problemi di comunicazione del cliente.
Il pubblicitario non è più un singolo genio ribelle e solitario (bye bye Don Draper…), nell’agenzia ideale c’è un gruppo di persone che lavorano insieme. Non troppe, ché altrimenti diventa un intruppamento, ma neanche troppo poche, ché altrimenti se uno c’ha l’influenza è una tragedia.
Risorse di alta qualità, che lavorano  senza conflitti interni, che comunicano tra loro in modo fluido e senza filtri, che partecipano alla vita d’agenzia (il tema del lavoro in team è uno dei miei argomenti di riflessione preferiti ultimamente…).
Dice Nenna che non importa da dove si parte nel processo, l’importante è che si crei la “spirale ascendente” che ti fa volare alto. A chi il compito di seguire l’evoluzione e tirare le fila? Al “neutral strategic planner”, che Nenna si spinge a definire “neutral hero”. Lo adoro.
A parte gli scherzi, era tanto che non mi emozionavo per un libro che, alla fine, parla di lavoro.

a proposito di strategia

giugno 8, 2011 § Lascia un commento

Sono una di quelle persone che alla domanda “che lavoro fai” non sanno mai cosa rispondere. Eppure lavoro, lo giuro, e anche in modo piuttosto regolare. A chi non è del settore, tipo parenti e conoscenti, generalmente dico “lavoro in un’agenzia di comunicazione” ma in un curriculum o – ancora peggio – sul biglietto da visita, come definizione suonerebbe un po’ vaga…Prima dicevo copywriter che, almeno per gli addetti ai lavori, è un ruolo chiaro e limpido. Ma da un po’  sono di nuovo in crisi.

Mi occupo di strategie. Questo è quello che vorrei fare e che, almeno per una buona percentuale del mio tempo lavorativo, faccio.
Non so come si chiama questo mestiere, e infatti ognuno lo chiama un po’ come gli pare, strategist, strategic planner o altri nomi che fanno figo sui biglietti da visita. Come per tutti i mestieri della comunicazione, non sono pervenuti job title (ops) in italiano. Cercando strategist su Google viene fuori un articolo che si intitola “do you think you’re a strategist? You’re probably wrong” che dice già tutto sul fatto che questo è un mestiere che non si capisce cos’è, tanto che non lo capisce nemmeno chi lo fa (o vorrebbe farlo).

La parola “strategia” suscita negli interlocutori sensazioni contrastanti, ma quasi sempre negative. C’è chi pensa che te la tiri un casino e chi pensa che sei un buono a nulla che riempie di fuffa e parole in inglese i powerpoint (ora keynote) di presentazione al cliente.
Per me, invece, la strategia è il punto sublime di congiunzione tra il pensiero razionale e quello creativo, tra l’analisi di marketing e la produzione di idee. E’ quello che viene prima, e orienta, il concept creativo. E’ il momento in cui le idee nascono, è prenderle alla fonte, prima che si corrompano, prima ancora che diventino realtà. E’ creare qualcosa che  non c’era. Dopo, poi, c’è la fase di affinamento, la realizzazione, ma io li già un pochino inizio a perdere di entusiasmo, mi annoio un poco, anche se so che non dovrei.

Ps: nell’articolo che ho citato prima c’è una sfida, propongono di fare un test di personalità per capire se hai il profilo dello strategist. L’ho fatto. Giuro che non ho barato. E si, sono un INTJ. Pare che siamo il 2-4% della popolazione. Figo no? Potrei scriverlo sul biglietto da visita, tanto di job title incomprensibili il nostro mondo è pieno.

pps: se dopo questo post pensate che il lavoro di strategic planner sia figo, leggete questo simpatico post dal titolo  “come destabilizzare uno strategic planner” e poi correte a tagliare 290 slide dalla vostra prossima presentazione.

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