I copydubbi: sponsor o sponsors?

luglio 10, 2013 § 3 commenti

Io sono una che ha sempre dubbi atroci su come si scrivono le cose. E quando mi pare di avere delle certezze, incontro sempre colleghi/clienti che sostengono l’esatto opposto. Per questo voglio introdurre la rubrica dei “copydubbi”, dedicata a tutti quelli che scrivono, per caso o per mestiere, e continuano a non sapere l’italiano, proprio come me ūüôā

Domanda n.1: si dice sponsor o sponsors?

Risposta n.1: Sponsor. Le parole straniere non si declinano al plurale.

E chi lo dice?

Innanzitutto, lo dice Luisa Carrada de Il Mestiere di Scrivere, e con questo ho già detto tutto.
Computer o computers?

Assolutamente computer! All’interno di un testo italiano le parole straniere non si declinano al plurale, a meno che non siano entrate nella nostra lingua proprio al plurale, come nel caso di¬†peones,¬†tapas,¬†avances¬†e, naturalmente,¬†jeans.
Se non vi fidate, qui il link al suo blog

E questo vale per l’inglese, dunque parliamo di film, fan, computer etc
E per il latino? Sul forum di WordReference fanno notare come molte parole di origine latina siano poi rientrate nell’uso comune passando attraverso l’inglese, e la regola non cambia: si dice forum e non forums, n√© fora (?!).

Curriculum o curricola?
Il pi√Ļ semplice curriculum andr√† benissimo, anche se il plurale latino curricula √® accettato dall’Accademia della Crusca (qui), che lascia libert√† di utilizzo su entrambe le forme.

Certo, perch√© in italiano ad ogni regola corrisponde sempre la sua eccezione, e l’Accademia della Crusca non pu√≤ certo sorvolare, ecco dunque che precisano come, nel caso di neologismi e parole non ¬†abitualmente utilizzate in italiano, sia possibile valutare caso per caso se sia meglio mantenere la -s del plurale anche in inglese.

Diciamo che, per farla breve, le parole straniere NON cambiano al plurale.
Lo sapevate già tutti? Eh bè, un ripasso non vi farà male, cari i miei follower
(o followers? se guardate sulla home di Twitter, è al singolare)

Microstyle – doppi sensi & giochi di parole

dicembre 9, 2011 § Lascia un commento

Per un copy, ricorrere a giochi di parole è una cosa geniale o una boiata pazzesca? Vediamo cosa ne pensa il nostro amico Johnson, autore del già citato Microstyle.

8 – use ambiguity for good, not for evil

I filosofi che cercano di dare un ordine al mondo, i compilatori di dizionari, i censori e i computer odiano l’ambiguit√† delle parole. I pubblicitari e gli autori di aforismi, invece, si esaltano di fronte a un gioco di parole brillante. Ma il limite tra geniale e ridicolo √® pericolosamente sottile, e chi scrive utilizzando – di proposito – ambiguit√† e doppi sensi, deve stare molto molto attento.
Un esempio da manuale è la campagna di Saatchi & Saatchi del 1979 che pericolosa lo è stata davvero, avendo contribuito al successo elettorale della Thatcher.

Saatchi & Saatchi ThatcherQui il gioco di parole, basato sul doppio significato di “Labour” come lavoro e come partito, funziona perfettamente perch√© la frase pu√≤ essere letta in due modi, entrambi allo stesso modo sensati e legati al contesto: la mancanza di lavoro, e il cattivo operato del partito.

Ta l’altro, mentre cercavo questa immagine, Google mi ha restituito anche la versione “attualizzata” di questa campagna, ovvero un manifesto di Romney contro Obama che, utilizzando la stessa immagine con le file di disoccupati, riporta l’headline “Obama isn’t working”. Peccato che il gioco di parole si perda completamente…

In ogni caso, nella disputa “giochi di parole si o no” Johnson certamente si mette dal lato dei primi, e tutto il suo libro √® improntato al tema del divertimento insito nella scrittura. Infatti, sostiene, il microstyle √® l’opposto del Big Style, quello rigido e codificato della Grande Letteratura. Per lui, anche le regole della grammatica possono essere infrante, e infatti dedica un altro capitolo proprio al “break the rules”…ne riparler√≤, giurin giuretto!

Leggi anche micro-recensione di Microstyle

Microstyle – manuale di sopravvivenza alla scrittura in 140 caratteri

novembre 30, 2011 § 2 commenti

Il sottotitolo del libro “Microstyle” recita “the art of writing little” e direi che si spiega da solo, in 5 parole. Non √® un manuale di stile o di copywriting, √® un saggio-guida scritto da un linguista,¬†Christopher Johnson, che ha lavorato a lungo in Lexicon Branding, un’agenzia che ha tirato fuori nomi come Blackberry, Pentium, Swiffer e Febreze.

Il libro non si rivolge solo ai professionisti della scrittura ma a chiunque, nell’affollato mondo del personal branding, dei blog e di Twitter, voglia farsi ascoltare. In fretta, perch√© i messaggi in giro sono tanti e l’attenzione √® poca. Nella quarta di copertina Seth Godin (un nome una garanzia) scrive “sei un microstylish? Nell’universo da 14o caratteri in cui abitiamo, √® meglio che tu lo sia“.

Piccolo difetto di Microstyle: non √® stato tradotto (non ancora perlomeno, in italiano). Lo sto leggendo, dunque, in inglese, con Word Reference a portata di mano, specialmente per capire i miliardi di esempi di cui, giustamente, l’autore si serve per spiegare i concetti.

Per scrivere un micro-messaggio, che sia il nome di un’azienda o un tweet, Johsnon analizza le categorie del significato, del suono, della struttura e del contesto sociale.

Non ho nessuna voglia di fare, qui, un riassunto di tutti i capitoli del libro, per√≤ man mano che un qualche argomento mi colpir√† particolarmente,¬† prometto che scriver√≤ un piccolo post con le “illuminazioni” ricevute dal libro.

Alla ricerca dell’agenzia ideale (con Emanuele Nenna)

ottobre 17, 2011 § 1 Commento

Sono riuscita a mettere le mani su questo libretto bianco intitolato “Not Available – l’agenzia di comunicazione ideale: come dovrebbe essere e perch√© non c’√®”.Me l’ha prestato il mio capo, e questo √® un buon segno perch√© vuol dire che – almeno lui – non ha ancora perso le speranze di costruire qualcosa di buono. L’ha scritto Emanuele Nenna nel 2008, e ora gi√† sappiamo che l’autore √® passato all’azione e l’agenzia ideale sta provando a farla, e infatti si chiama Now Available, quella della mucca volante.

Era il 2008, altri tempi, ma Nenna in questo libretto ci d√† un’idea quanto mai moderna dell’agenzia dei suoi sogni:

– √® un’agenzia olistica, che non si perde in distinzioni tra above e below the line, new e old media, ma fa di tutto;

Рfa di tutto ma lo fa bene, perché ha al suo interno professionisti di diverse discipline e grandi talenti creativi;

Рè creativa ma anche strategica e analitica, perché misura ogni risultato;

Рmisura talmente ed è talmente sicura di sé che è disposta a farsi pagare per i risultati (pay per results);

– ha in mente il risultato del cliente come prima cosa, non gli fa una campagna ma un progetto;

– progetta strategie, usa i termini del marketing e gli strumenti della statistica, analizza prima di creare;

– quando crea, lo fa alla grande e in modo neutrale (il fine giustifica i mezzi, e anche i media);

– quando crea, lo fa partendo dalle idee e mirando all’obiettivo;

L’agenzia ideale di Nenna ci mostra cosa √® diventato oggi il famoso “pubblicitario”, figura mitologica che esiste solo nei tweed di Mad Men (ho detto tweed come la stoffa, non tweet come Twitter) e nei ricordi di Silvio Saffirio: oggi l’agenzia √® “totale”, non gli basta fare una bella paginetta stampa ma si prende in carico i problemi di comunicazione del cliente.
Il pubblicitario non √® pi√Ļ un singolo genio ribelle e solitario (bye bye Don Draper…), nell’agenzia ideale c’√® un gruppo di persone che lavorano insieme. Non troppe, ch√© altrimenti diventa un intruppamento, ma neanche troppo poche, ch√© altrimenti se uno c’ha l’influenza √® una tragedia.
Risorse di alta qualit√†, che lavorano¬† senza conflitti interni, che comunicano tra loro in modo fluido e senza filtri, che partecipano alla vita d’agenzia (il tema del lavoro in team √® uno dei miei argomenti di riflessione preferiti ultimamente…).
Dice Nenna che non importa da dove si parte nel processo, l’importante √® che si crei la “spirale ascendente” che ti fa volare alto. A chi il compito di seguire l’evoluzione e tirare le fila? Al “neutral strategic planner”, che Nenna si spinge a definire “neutral hero”. Lo adoro.
A parte gli scherzi, era tanto che non mi emozionavo per un libro che, alla fine, parla di lavoro.

tools per copy: caccia grossa a ripetizioni ed errori.

giugno 28, 2011 § 5 commenti

Ogni tanto mi ricordo che, in origine, ero una copy. E lo sono ancora, orgogliosamente, in mezzo a una marea di altre attività. Le parole restano sempre la mia croce e la mia delizia, come ben sintetizza questo poster scovato su wordboner.com: le parole sono il mio parco giochi.

Uno dei pi√Ļ classici spauracchi di ogni copy sono le maledette ripetizioni, in agguato in ogni testo pi√Ļ lungo di 2 righe. I dizionari dei sinonimi e il Thesaurus di Word sono un ottimo alleato, ma a volte le maledette ripetizioni (…) si annidano tra le righe senza che nemmeno te ne accorgi, infide come sono. Per scovarle, la tecnologia viene in aiuto anche ai copy (notoriamente meno abili con il computer dei loro colleghi art e web designer): ecco www.wordcounter.com, che non solo conta il numero di parole (grazie tante), ma soprattutto segnala le parole che si ripetono pi√Ļ volte nel testo. In alternativa, c’√® un software tutto italiano pensato proprio autori ed editor, che oltre alle ripetizioni individua anche i classici erroretti di battitura &Co: si chiama EdOra e lo trovate qui .
Buon lavoro!

La parola del giorno: grazia

maggio 24, 2011 § Lascia un commento

Ternitti √® un non indimenticabile libro di Mario Desiati, imperniato sulla figura di Mim√¨ Orlando, donna del Sud forte¬† e passionale che parla con gli spiriti e bacia chiunque, personaggio letterario un poco ostico per me, razionale ragazza del Nord. In Ternitti si parla di quando gli immigrati eravamo noi e di lavoro che uccide, giacch√© il titolo √® una storpiatura dialettale della parola Eternit, ma non √® di questo che voglio parlare qui, per quanto sia un tema interessante. C’√® una parola che compare spesso nel libro, e che mi ha colpito con la forza di un’illuminazione, una parola sommersa dal tempo, retr√≤, tanto che non ci si ricorda neppure pi√Ļ bene cosa vuol dire. Una parola che sa di pizzi e merletti, di una femminilit√† antica. Questa parola √® grazia, e viene usata in riferimento a uomini, a gesti e a cose. Un musicista biondo che appare a Mim√¨ tanto affascinante quando suona quanto “privo di grazia” dopo. La grazia racchiusa nel gesto antico di preparare la “parmesia”, cestino di doni e provviste che si dona ai morti (o ai vivi) dopo i funerali. “Cos’√® la gentilezza se non grazia, un pizzico di amore, polso e qualche piccola bugia a fin di bene“. La grazia dunque come gentilezza, dote oggi vagamente dimenticata, che storicamente √® sempre stata associata alle donne. Ma hanno forse grazia la Santanch√©, tanto per fare un nome, piuttosto che Lady Gaga? Io, che per scherzo amo definirmi post-femminista, credo che grazia e gentilezza siano, come tante altre qualit√†, trasversali al genere. E poi in un‘intervista l’autore dice, parlando di Mim√¨ “la grazia per lei √® anche un senso della forza che si pu√≤ cogliere dai fatti della vita“, quindi grazia sta vicino a forza e libert√†, non √® certo la gentilezza del timido o del remissivo, quanto piuttosto la calma serena del forte. C’√®, nella grazia anche il “polso”, la capacit√† di farsi protagonisti della propria vita, di non far finta di niente, di accettare le sfide e non nascondersi.
Chiudo con una citazione che mi pare spieghi tutto e ringrazio il mio quasi-coetaneo Desiati, classe ’77, per avermi portato a meditare su questa parola, nuova nel senso nuovo che lui gli ha dato, e per i bei momenti di lettura sotto il primo sole primaverile (e nient’affatto pugliese) sul balcone di casa mia. Non mi accordo al coro di lodi sperticate per il romanzo, che io ho trovato invece un po’ debole e confuso, e chiudo con un commento sulla copertina, che √® si molto bella, ma non vorrete mica dirmi che quella √® Mim√¨, cos√¨ algida e innocente e raffinata?

La gentilezza si esercita con lo sguardo, col tono della voce, ed √® uno stato dell‚Äôanima che si instaura tra due animali innamorati oppure tra due esseri umani che hanno la naturale predisposizione verso la grazia delle cose. Grazia. Una caratteristica che uomini non necessariamente colti, ma dotati, s√¨, di intelligenza esercitano senza sforzo‚ÄĚ.

“Odore di chiuso” – Marco Malvaldi

marzo 13, 2011 § 2 commenti

Un libro che non si trova su Anobii non mi era mai capitato. Voglio dire, non √® che io generalmente legga narrativa cos√¨ d’essai da non essere recensita su un social network dedicato ai libri. E in ogni caso, non mi pareva che “Odore di chiuso” di Marco Malvaldi, edizioni Sellerio, fosse un libretto cos√¨ elitario. A un primo sguardo, non √® altro che un giallo di ambientazione ottocentesca, che segue nella trama una delle strutture pi√Ļ classiche nei gialli: i delitti in un ambiente chiuso, dove necessariamente il colpevole √® tra noi. E in questo caso, non si pu√≤ neanche dire che sia stato il maggiordomo, perch√© il povero maggiordomo √® la vittima. Ad ogni modo, l’aspetto interessante di “odore di chiuso” non √® a mio parere la trama, n√© la ricerca del colpevole, gioco che mi ha sempre appassionato ben poco. E non √® neppure la presenza nel racconto di Pellegrino Artusi, padre della cucina italiana in quanto autore del libro di pesantissime ricette noto ai pi√Ļ appunto come “l’artusi”. Sono le parole. La scelta del linguaggio. Malvaldi scrive oggi, narrando una storia ottocentesca. Scrive con un linguaggio “d’epoca”, sia nei dialoghi che nelle descrizioni, mettendo in scena l’ambiente della nobilit√† toscana. Una lingua, dicevamo, che imita quella dell’epoca. Ma Malvaldi ogni tanto si stufa, e ci mette del suo, commettando le vicende e le situazioni di allora con parole e¬† similitudini assolutamente contemporanee. L’effetto √® a tratti esilarante, e sempre godibile.
Sono l’apparente contrasto di mondi e mentalit√† (perch√© in fin dei conti gli sfaccendati figli del barone non ci paiono poi molto diversi dagli sfaccendati rampolli borghesi di oggi) e la leggera e acuta ironia che pervadono il romanzetto, a rendere assolutamente piacevole e divertente questo piccolo libro blu.
ps: la faccia da folletto del toscano Malvaldi, classe 1974, non fa che confermare la mia impressione.

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