Noodles – un racconto di Natale

dicembre 24, 2013 § Lascia un commento

Lo spirito del Natale non è mai stato il mio forte, ma quest’anno voglio almeno provarci, con un racconto (più o meno) a tema. S’intitola noodles. Natalizio, no?

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Village people – una settimana in villaggio a Zanzibar

ottobre 13, 2013 § Lascia un commento

Io, in villaggio? Ma figurati! Mai! ovvove! Noi siamo quelli da zaino in spalla, quelli che viaggiano davvero, per conoscere i paesi, mica per spanciarsi al sole e stop. Appunto. Eccomi in partenza per una settimana a Zanzibar, pacchetto super all inclusive volo + resort. E v**** a tutti.  Ecco cosa ho scoperto del mondo dei villaggi-vacanze, tra una spalmata di crema solare e un succo di mango.

zanzibar - baobab resort

1. la lingua ufficiale di Zanzibar è l’italiano.
Nel villaggio tutti parlano italiano e tutto è scritto in italiano. C’è la TV, e trasmette il TG di Rai1 e la partita della Juve. Ma non solo dentro il villaggio, anche fuori si parla italiano: la spiaggia è terreno dei beach boys, intraprendenti ragazzotti che rispondono a nomi quali Balotelli e Raggio, che parlano un italiano perfetto e ti vendono le stesse attrattive del villaggio (escursioni, cene a base di aragosta, aperitivi al tramonto) a un prezzo molto più basso del villaggio. Nel paese dei pescatori o a Stone Town, la capitale di Zanzibar, i bambini ti inseguono per avere un qualche genere di regalo spalancando gli occhioni per essere più convincenti. Parlano, anche loro, qualche parola di italiano e hanno già imparato che il turista si commuove e sgancia, tornandosene a casa sua con la certezza di aver aiutato l’Africa con una maglietta sdrucita e un sacchetto di caramelle gommose.

2. c’è sempre un ristorante italiano, anche in Africa.
certo, al buffet del villaggio non manca mai la pasta (scotta), nonché quadretti di pizza e focaccia (buone), ma vuoi mettere la curiosità di uscire e andare a vedere come si mangia fuori dalle mura dorate del resort? E quindi, come si mangia? Italiano. Due villaggi più avanti c’è una spiaggia su cui si affacciano due o tre suggestivi ristoranti con tavolini direttamente sulla sabbia. E uno si chiama Mama mia e propone, guarda caso, pizza e pasta. Però con sugo di pesce.

Tramonto Zanzibar

3.l’italiano all’estero si riconosce sempre
In bene, perché è quello che fa amicizia con tutti, che non snobba i beach boys ma anzi ride scherza, scambia pacche sulle spalle, parte per l’escursione un po’ illegale e un po’ no (basta pagare la polizia). I beach boys adorano gli italiani. Una birra per Raggio – ordina un romano al ristorante, ormai amico del beach boy che si è già comprato l’iPhone4 a forza di aperitivi in barca al tramonto. E gli va di sfiga (al romano intendo), perché evidentemente becca l’unico zanzibarino non musulmano che si scola la birra Safari al volo.
Ma l’italiano all’estero si riconosce anche in male, perché è caciarone (ma tanto qui siamo in villaggio, è nel suo regno) e perché si lamenta. Gli spaghetti al sugo non sono un granché, la stanza non è proprio di lusso, i camerieri sono lenti…non è che ci pensano che sono in Africa.

Ma in effetti, siamo sicuri di essere in Africa? In realtà no, sei in Italia, anche se hai fatto 8 ore di volo per arrivare. Però noi il mare azzurro azzurro che sembra di stare in piscina con le barche di legno che veleggiano lente non ce l’abbiamo. O poi, costa sicuramente meno della Sardegna. E ora tutti a fare il trenino, cantando Hakuna Matata però.

Beach masai

 

Nella foto, pseudo-masai, anche loro in versione da spiaggia.

Enjoy life…k+k hotels, praga

agosto 26, 2013 § Lascia un commento

K+K Hotel CentralAlla fine di una trasferta di lavoro, cosa c’è di meglio di un bell’hotel per coccolarsi un po’? E il K+K Hotel Central di Praga risponde perfettamente ai requisiti. Ci ho dormito per una sola notte, con arrivo alle 22 e partenza la mattina dopo alle 9, però è stato sufficiente per accorgermi di avere intorno a me un hotel davvero fuori dal comune. Intanto, è in una posizione favolosa nel centro della città ceca (anche se io Praga non me la sono goduta neanche un po’). Poi, è un edificio Art Nouveau che si presenta con una facciata riccamente decorata in puro stile liberty, una cosa che a me turista low cost stampa nella mente un solo pensiero “ma davvero dormiamo qui?“. All’interno, le decorazioni liberty si mescolano a una ristrutturazione decisamente moderna ma al tempo stesso leggera, avvenuta nel 2004. L’hotel, infatti, ha avuto diverse destinazioni d’uso nel corso del secolo scorso: ad esempio, ha ospitato un teatro, e oggi si fa colazione al centro della sala, in una hall sospesa, rialzata da terra e con vetrate ovali che affacciano su su un giardino interno. E che colazione! Dopo un week-end di caffè orrendi e brioche al volo, consumati rigorosamente prima delle 7, mi sono seduta al mio bravo tavolino, circondata da coppie di giapponesi e turisti di mezza età, per godermi un breakfast insolitamente (per i canoni locali) dolce, a base di pane nero e marmellata, strudel, deliziosi muffin al cocco e succo d’arancia. Ma andiamo con ordine, perché in teoria la parte più importante di un hotel è la camera. Non qui. La mia stanza all’Hotel Central era sicuramente arredata con gusto e degna della categoria, ma niente di memorabile, anzi piuttosto piccola, e così anche il bagno. Come anche in altri hotel della Repubblica Ceca, il concetto di lenzuola pare essere sconosciuto, e  a fine agosto ho avuto l’onore di dormire sotto un piumone capace di proteggere dal freddo di una notte di gennaio in tenda. Inutile dire che la mattina mi sono svegliata un tantino accaldata, anche perché avevo spento l’aria condizionata dal momento che la temperatura esterna era quella di una piovosa sera di fine estate. Diciamo che qui sono attrezzati per i rigidi inverni, e non ci lamentiamo. Anzi, io ne ho approfittato per farmi una bella doccia usufruendo di tutto quello che offriva la stanza o quasi: bagno schiuma, morbido accappatoio bianco, ciabattine coordinate, cuffietta da bagno etc etc. Uno sguardo a Internet (connessione disponibile sia wifi che via cavo) e poi giù alla hall per colazione. Una mezz’ora dopo mi aspettava il taxi per l’aereoporto, e di Praga non ho visto nulla, però l’hotel me lo sono goduto! Premetto che tutto ciò è assolutamente contrario alla mia ideologia di viaggio, perché io sono una dura e pura, una che non si viaggia mica per fare colazione in hotel, però insomma, se capita…tanto vale approfittarne 🙂

http://www.kkhotels.com/it/hotel/praga/k-k-hotel-central/benvenuto/

Souvenir friulani

agosto 18, 2013 § 5 commenti

Rifugio Maniago - FriuliTema: racconta le tue vacanze. Dove sei stata? in Friuli, e per la precisione a Cimolais. Cosa hai fatto? Ecco qui gli episodi più significativi di una settimana friulana.

– Bere Prosecco millesimato Astoria in un rifugio di montagna, poco prima di vedere serviti piatti di pasta da 140 gr cad e ascoltare un pittoresco racconto d’infanzia del gestore del suddetto rifugio, di cui capisci solo le bestemmie e vagamente che parla di andare a pescare.

– vedere il tuo fidanzato, di sinistra che più non si può, indossare un fez nero in un locale stracolmo di ritratti e citazioni del Duce, gestito da tale Fernando che è cugino di Primo Carnera e si commuove ascoltando Umberto Tozzi.

– mangiare il frico, piatto tipico friulano e altrettanto tipicamente piatto povero e di montagna. Trattasi di una sorta di frittatona a base di formaggio fuso, patate e cipolle, cotto in abbondante burro (che non manca mai da queste parti). Non c’è escursione o dislivello che tenga, qualsiasi camminata è inutile di fronte a una porzioncina di frico.

– imparare una sola parola di friulano, ma fondamentale “sgnapa“, ovvero grappa. Che viene distillata a partire da qualsiasi cosa anche lontanamente distillabile: liquirizia, achillea, tormentilla (un nome bellissimo per un fiorellino giallo dall’apparenza assolutamente innocua), latte e nutella (giuro).

– rimpiangere i vini rossi del natio Piemonte degustando il Clinto, parente povero – e altrettanto dolciastro – del Fragolino. Decisamente il Friuli è terra di bianchi e di Prosecchi, che non possono mancare sulle tavole a partire dalle 9 di mattina in avanti (qui l’aperitivo inizia presto).

– la vista sul Campanile di Val Montanaja, le nuvole e gli alberi che si riflettono sulla superficie del lago di Barcis, la visita alla diga del Vajont, i 22 abitanti del paese di Casso, chiedere a chi ti ospita di vedere le Dolomiti e scoprire che basta aprire le finestre della tua stanza.

Lago Barcis - Friuli

Cuba for Christmas – parte 2°

gennaio 21, 2012 § 1 Commento

Ebbene si, l’ho promessa ed eccola qui…la seconda parte del post sul viaggio a Cuba. Feliz ano nuevo!

2 gennaio  Trinidad-Santiago
La nostra mission da veri turisti giapponesi fai da te è “toda Cuba“, e quindi non ci limitiamo a restare nella parte occidentale dell’isola, come molti turisti preferiscono, ma scegliamo di spingerci giù giù, a Santiago de Cuba fino a Baracoa. La giornata del 2 è praticamente un interminabile trasferta Viazul, con tanto di autista sadico che non si ferma MAI, a differenza della maggior parte degli altri che fanno pause anche in un viaggio di due ore. Questo qui invece, quando qualche viaggiatore incauto gli chiede speranzoso “y para comer?” risponde risoluto “a Santiago”. Meno male che abbiamo una scorta di biscotti gulosos comprati in un supermercato (si, qualcuno c’è). Arrivati finalmente a Santiago, alla stazione del Viazul veniamo assaliti da gente che cerca di piazzare taxi e alloggi, con tale veemenza che c’è un tizio della security che li tiene letteralmente fuori dalla porta della stazione. Riusciamo a divincolarci, contrattiamo un passaggio in taxi e finalmente prendiamo posto in uno dei due unici alberghi previsti per questa vacanza, l’Hotel Libertad, in Plaza de Marte. Ci facciamo un giro in centro e ceniamo in uno dei ristoranti di Plaza Dolores. La sera nella hall dell’albergo incontriamo un ragazzo cubano che parla italiano con perfetto accento milanese, ci offre un cuba libre (con il suo ron portato da casa), ci spiega che “fretta non es eleganza”, ci stordisce di chiacchiere e infine ci assicura che se vogliamo passare una bella serata pensa a tutto lui e con 100 CUC mangiamo da dio a casa di sua mamma: 100 CUC, ma questo è pazzo!!

3 gennaio – Baracoa
Santiago è una tappa intermedia che ci permette di partire verso Baracoa, definita dalla Lonely la Shangi-La di Cuba. Prima città dell’isola, fondata da Diego Velazquez nel ‘500, è una pacifica cittadina immersa in un paesaggio spettacolare fatto di fiumi e di mare, di foreste di palme e banani. E’ la città del cioccolato e del cocco, e infatti la sera nella casa particular dei gentilissimi Rafael y Adis mangiamo la specialità locale, pesce in latte di cocco. Qui, forse per la prima volta, stecchiamo con l’organizzazione svizzera del viaggio: per via degli orari del Viazul stiamo a Baracoa 1 sola notte, arrivo nel primo pomeriggio e partenza nella tarda mattina del giorno dopo, quindi non abbiamo una giornata completa a disposizione da dedicare alle escursioni nella natura tropicale che circonda la città, e ce ne dispiace. Il primo giorno visitiamo la piccola città e il secondo andiamo al museo archeologico dedicato all’antico popolo che viveva a Cuba, i taino. Il museo è bello perché, a differenza della media piuttosto old style dei musei cubani, questo è tutt’altra cosa: è ospitato dentro una grotta (cueva) e si trova ai margini della città, alle porte della “giungla” tropicale.

4 gennaio Baracoa-Santiago
Mattina a Baracoa e pomeriggio di ritorno a Santiago. Per cambiare un po’ dieta ceniamo a El Cimarron, che propone una cucina “afro-cubana”. Il posto è originale, peccato che metà delle proposte del menu, comprese ovviamente quelle indicate dalla Lonely come “imperdibili” non siano al momento disponibili. Comunque si sbafiamo delle gran bistecche, afro o non afro che siano. D’altronde “no hay” è la frase guida di Santiago e generalmente si applica alle cose più economiche: di solito nei bar hanno le birre estere ma non quelle nazionali (Cristal e Bucanero), e in un bar sulla plaza de Dolores ci rispondono addirittura che “no hay cerveza” chiedendoci se proprio non vogliamo un mojito…Comunque trascorriamo la sera fra Plaza de Cespedes e Calle Heredia, dove c’è la Casa della Musica – affascinante ma anche molto amata dai turisti – dove si suona live e si bevono mojito d’ordinanza.

5 – Santiago de Cuba
In giro per Santiago: visitiamo la casa di Velazquez, l’edificio più antico di Cuba, in stile coloniale spagnolo, mentre gli addetti del museo ci fanno la conta degli oggetti presenti cercando di spillarci qualche pesos, poi il museo del ron, compreso assaggio omaggio, e la caserma della Moncada, che ospita un museo dedicato ovviamente alla rivoluzione e piuttosto completo. La città è graziosa, ma i suoi abitanti sono i più rompipalle di tutta Cuba, non si riesce fare due passi senza che qualcuno non cerchi di A-  proporti un taxi/un ristorante/una casa particular e probabilmente anche se stesso B- accompagnarti da qualche parte C- chiederti una moneta, una penna, una maglietta o qualunque altra cosa. Senza contare i bar che non hanno la birra! Diciamo che quello che i cubani siano simpatici è un po’ un mito da sfatare, o meglio lo saranno sicuramente, ma per prima cosa sono bravi a cercare di guadagnare qualcosa dai turisti. Anche se, per contro, bisogna ammettere che non abbiamo mai avuto casi di vere e proprie truffe o comportamenti disonesti: diciamo che il popolo più comunista del mondo è anche il più commerciale! Sempre che non siano dipendenti statali, nel qual caso la musica cambia un po’…

6 gennaio – Varadero
Ieri sera siamo partiti alle 20 e alle 11 del mattino (!) eccoci arrivati a Varadero. Un viaggetto non da poco, ma tutto sommato abbiamo dormito, sul nostro Viazul super-moderno ovviamente di marca cinese, con luci strobo e aria condizionata al livello polar: per fortuna ci siamo muniti di pantaloni lunghi, felpa con cappuccio e calzini d’ordinanza. Ma ora basta turisti fai da te low cost, ora siamo nel paradiso dei resort all inclusive e ci precipitiamo subito al nostro albergo: Villa Tortuga. Non è un palazzone ma un grazioso insieme di casette vista mare, e che mare! Appena superata la reception inizia la nostra decadenza: fino a domani sera non metteremo piede fuori dall’albergo, dedicandoci unicamente a sole, mare e cocktail compresi nel prezzo. Paolo scopre le gioie del capitalismo e continua a bere birra, mangiamo pure un hot-dog alle 11 del mattino e ci sentiamo come i peggiori turisti da crociera. Villa Tortuga potrebbe trovarsi in qualsiasi parte del mondo, così come il suo ristorante “internazionale” (il buffet è abbondante ma la qualità lascia un po’ a desiderare…), ma il mare è spettacolare e per il momento non chiediamo altro! Anche perché questi due giorni di meritato riposo sono gli ultimi prima della partenza verso l’Italia. Prendiamo il sole solo da un lato, tanto l’importante è tornare a Torino con la faccia rosea, la schiena chi vuoi che la veda che da noi è inverno!

7 gennaio
ultima sosta a l’Havana prima di andare all’areroporto. E’ giusto ora di pranzo e decidiamo di fare un giro al Paseo, dove pranziamo da Dona Blanquita, un delizioso ristorante che si affaccia proprio sul viale alberato e dove, al fotofinish, assaggio per la prima e ultima volta un piatto cubano che non è la solita comida criolla ma la ropa vieja. Contrattiamo un passaggio in taxi fino all’areoporto, ormai siamo diventati espertissimi della contrattazione con i taxisti e capiamo che ormai il nostro viaggio è definitivamente concluso. In aereoporto, c’è una bella coda alla cubana per l’imbargo, che trascorriamo davanti a un gruppetto di veneti che non fanno altro che ripetere quanta figa hanno incontrato. Mi sa che i loro ricordi di Cuba saranno un po’ diversi dai nostri!

Cuba for Christmas – prima parte

gennaio 11, 2012 § Lascia un commento

1 volo Air France Torino-Parigi-l’Avana
15 giorni compreso Natale, Capodanno ed Epifania
20-30 gradi di temperatura
7 tappe: L’Havana, Vinales, Santa Clara, Trinidad, Santiago, Baracoa e Varadero
4 mezzi di trasporto: pullman Viazul, taxi legali e non, bici taxi, carretto a cavallo (ci mancavano solo i coco taxi e i camion)
1 cibo: la comida criolla (pollo/maiale oppure pesce/gamberoni/aragosta, riso e fagioli, insalata, banane fritte)
0 pubblicità, ma un sacco di propaganda, con murales del Che e slogan rivoluzionari su ogni muro.

1 colore: azul. più luminoso del blu e più intenso dell’azzurro, è il colore preferito per case e macchine.

Per una volta, vacanze di Natale al caldo, come nei film dei Vanzina (e di italiani come da film dei Vanzina, a Cuba, ne abbiamo visti non pochi..)

24-25-26 dicembre L’Havana
Arrivo a L’Havana la sera della vigilia, dopo un viaggio estenuante. Cambio euro-CUC, la moneta turistica di Cuba che vale circa 0.70 € (ebbene si, ci sono due monete, una per i cubani e una per i turisti), poi taxi fino alla casa particular in Habana Vieja che abbiamo prenotato dall’Italia via Internet. Già. Peccato che, quando arriviamo, alle 8 di sera, scopriamo che il posto a Casa Dalia non c’è. Il proprietario dice che è colpa del sito che gestisce le prenotazioni che non ha mandato a lui la mail di conferma, ma comunque sia, niente casa. Capisco che devo mettere da parte la mia razionalità sabauda, sono a Cuba. I cubani non sono svizzeri, questo è chiaro, ma un modo per risolvere i problemi lo trovano sempre. Il proprietario della casa chiama i”colleghi” e in dieci minuti ci trova un’altra casa particular, li vicino. Forse non è bella come Casa Dalia, ma vista l’ora ci pare perfetta. Restiamo a casa Roly, 30 cuc a notte.
Il giorno dopo facciamo colazione nella casa per 5 cuc a testa, con caffe, uova e frutta tropicale.
Iniziamo il nostro giro da Habana Vieja: Plaza de la Catedral, Plaza Vieja, calle de los Mercaderos, Obispo (la via dello shopping, si fa per dire), vicoletti e piazzette. Ovunque un senso di antico splendore e decadenza. Continuando a camminare finiamo in Centro Habana, più “istituzionale”, e passeggiamo nel Paseo del Prado fino al Malecon. Ci sono davvero le macchine americane degli anni ’50 come da cartoline, enormi sfasciate e dipinte di colori vivaci, e io faccio foto a ripetizione.  Ci fermiamo a mangiare a Prado 12. E’ Natale e ordiniamo aragosta e gamberoni (15 cuc in due). Nel pomeriggio continuiamo il giro, ci fermiamo a bere il primo mojito nei tavolini all’aperto del Cafè Paris e poi ceniamo in un paladar, la moneda cubana, che si vanta di fare il miglior mojito di Cuba. Se sia il migliore di Cuba non posso dirlo, ma  il migliore che abbiamo assaggiato noi si.
Il giorno dopo visitiamo il Museo della Rivoluzione, che è piuttosto palloso e difficile da seguire (Paolo non è d’accordo). Da una terrazza di fronte qualcuno spara la musica di Rihanna a tutto volume. Povera rivoluzione!
Poi, da bravi turisti, prendiamo l’Havana Bus Tour, un pullman scoperto da giapu che ci porta in Plaza de la Revolucion: scopro che qui Camilo Cienfuegos è importante come e più del Che,  e che essere belli è un requisito fondamentale del buon rivoluzionario, infatti Cienfuegos sembra un cowboy buono.
Ci ristoriamo con una cioccolata al Museo del Chocolate, che in realtà è un bar, previa relativa coda ( i cubani aspettano e fanno code ovunque, e nelle code sono più precisi degli inglesi), poi andiamo a visitare la fabbrica di sigari Partagas. Qui l’attrazione siamo noi, visto che nel nostro gruppo c’è una turista bionda tutte curve e shorts che fa alzare gli occhi dai loro sigari a tutti gli operai della fabbrica. L’atmosfera del luogo sembra più caraibica che sovietica e un paio di inservienti provano a venderci sigari di sottobanco.
La sera ci concediamo una cena di lusso al ristorante El Patio, direttamente su Plaza de la Catedral e consigliato dalla Lonely. Spendiamo 40 cuc in due. Poi,  da bravi turisti diligenti, prendiamo un mojito d’ordinanza alla Bodeguita del Medio, il locale più amato da Hemingway.  Costa un sacco per gli standard locali (4 cuc) è non è nemmeno un granché.

27-28 dicembre – Vinales
Da torinesi previdenti e precisi, abbiamo prenotato quasi tutti i trasferimenti in pullman (si può, dal sito del Viazul). Quello per Vinales no. E infatti, è pieno. No panic, comunque, i cubani hanno una soluzione ad ogni problema, ed ecco materializzarsi un moderno pullmino a 8 posti a solo 2 cuc in più rispetto al Viazul. Dividiamo il viaggio con dei ragazzi del Québec, Canada (Cuba è piena di turisti canadesi) e con due ragazzi italiani, e arriviamo anche in anticipo a Vinales, che è un paese immerso in una verde vallata che ospita un parco naturale patrimonio UNESCO e tantissime coltivazioni di tabacco. Abbiamo prenotato a Casa Pitin y Juana, consigliata da Lonely, ma sorpresa…non c’è posto. Capiamo che il concetto di prenotazione è piuttosto vago, o almeno che dovremmo dare un colpo di telefono il giorno prima per conferma. Comunque, guarda caso Juana ha un cugino che ha una casa particular (e non è così strano visto che a Vinaes ogni casa è una casa particular). Il paesino è delizioso, due vie disseminate di casette colorate ognuna con patio e sedie a dondolo in legno. Pranziamo nella casa di Robertico Pico e al pomeriggio facciamo un’escursione guidata nella valle di Vinales, tra campi di tabacco e relativa visita alla casa del campesino, palme e banani, buoi e maiali. La guida ci porta a vedere una grotta e i famosi mogadores, pinnacoli di pietra paradiso degli scalatori. Il paesaggio è stupendo e la sera, a casa di Robertico, ci aspetta una cena a base di aragosta davvero niente niente male (10 cuc a testa). Ci addormentiamo soddisfatti, solo con un po’ di timore per il meteo: oggi ha piovuto un po’ e domani vorremmo andare al mare.

In effetti nella notte piove, ma la mattina dopo il tempo sembra tenere e partiamo per l’escursione a Cayo Levisa (29 cuc a testa compreso pranzo al sacco). Il percorso in pullman nella campagna è bellissimo, e Cayo Levisa non è da meno: è un’isolotto tropicale popolato solo da palme e mangrovie, con tanto di spiaggia bianca e finissima. Non ci sono case, solo un resort abbastanza ben mimetizzato, e non ci sono cubani (anzi pare che l’accesso sia proprio vietato). Peccato solo per il tempo, nuvoloso e ventoso, e per il mare che di conseguenza è un po’ meno cristallino del solito.

29 dicembre Santa Clara
Non ci sono bus diretti da Vinales alla città del Che, quindi torniamo all’Havana e ci fermiamo qualche ora al Vedado, un quartiere più moderno con palazzoni. Ci viene la bella idea di pranzare al Cafè TV (sulla Lonely), un bar all’interno dell’enorme edificio Focsa. Ordiniamo un sandwich cubano senza realmente leggere gli ingredienti e bè, è la cosa più schifosa che io abbia mai mangiato! Arriva dopo mezz’ora, ed è pane vecchio tostato ripieno di: prosciutto grasso, formaggio arancione nauseabondo, salsiccia e non ricordo cos’altro ancora. E non costa neppure poco! Da dimenticare. Dobbiamo cercare in tutti i modi di cambiare pesos cubani, la moneta “non turistica”, con la quale ai baracchini per strada si può avere un panino a 30 centesimi.

Arriviamo a Santa Clara che è quasi sera, alla stazione ci assalgono jineteros che ci offrono insistentemente taxi e case, ma noi questa volta ci siamo fatti furbi e abbiamo telefonato il giorno prima alla casa di Eva y Ernesto, anche questa prenotata via web. Ernesto compare alla stazione con un cartello con su il mio nome, e ci porta a casa sua dove è in corso la festa di compleanno della moglie, festa a cui ovviamente siamo invitati! Bella casa, famiglia accogliente e più benestante. La guida dice che Santa Clara è vivace e anticonformista e ce ne accorgiamo subito: il figlio di Eva ed Ernesto si accompagna a un ragazzo canadese con la testa liscia come una palla da biliardo e durante la festa gli balla davanti in modo inequivocabile. Poi usciamo e in effetti ci sono più bar aperti e gente per strada, specialmente intorno al Parque Vidal. Ci fermiamo in un bel bar sulla piazza per concerto stile buena vista, birre e mojito a volontà.

30 dicembre Santa Clara-Trinidad
La nostra permanenza a Santa Clara è davvero rapida, incastrata negli orari del Viazul. La mattina dopo un carretto trainato da un cavallo ci porta all’imponente mausoleo del Che, con annesso museo (piccolo ma interessante).

Eccoci di nuovo sul Viazul, in partenza per Trinidad. Qui alloggiamo a Casa Caridad, consigliata dalla casa di Santa Clara (sono parenti, strano…). La stanza è spaziosa e dotata di ben due finestre, anche se non è proprio vicinissima al centro storico.
Facciamo un primo giro in città, il centro storico ruota intorno alla bella Plaza Mayor, con le sue case coloniali. Verso sera piove e nel giro di mezz’ora la cittadina si trasforma: buio, acqua ovunque per le strade, gente: ho un attimo di panico e di delusione, forse perché Trinidad viene descritta come “gioiello coloniale” e in questo momento mi pare ben poco gioiello.

31 dicembre – Trinidad

Il casco hiscorico (centro) di Trinidad è raccolto e gradevole, ci sono un paio di musei da visitare, ospitati in antichi palazzi coloniali. Pranziamo in un ristorante che accetta moneta nazionale (4 cuc a testa), in compagnia di cubani arricchiti dall’aspetto piuttosto mafioso, compreso un maleducatissimo bambino interamente vestito di bianco. Ci riposiamo in vista della serata, che prevediamo di passare alla casa della musica. Peccato però che, dopo un daiquiri iniziale al Café Daiquiri e la cena a base di aragosta in un paladar, il male ai reni di Paolo cominci a farsi sentire: 99% sono i calcoli, e quindi rientriamo alla stanza e lui si droga di diclofenac. Come cantavano i Ramones, i wanna be sedated, e la fiesta di Capodanno finisce qui.

1 gennaio – Playa Ancon
Paolo sta meglio (o forse è ancora sedato) e così – come da programma – passiamo il primo giorno del nuovo anno al mare. Playa Ancon è una distesa di sabbia con mare cristallino, e non possiamo proprio lamentarci. Pranziamo con una pizza cubana (si trovano ovunque, ma qui costano molto di più, ben 1 cuc) e ci beviamo un mojito sulla spiaggia: è pessimo, ma vuoi mettere le foto su Facebook con bikini e mojito il primo gennaio!

Nella seconda parte del viaggio, Santiago, Baracoa e Varadero ma ora…pubblicità! No scherzo, è che mi sono stufata, ma giuro che scriverò un secondo post.

Cuba for Christmas – parte seconda

Appunti per il tema ‘le mie vacanze’

agosto 16, 2011 § Lascia un commento

Tour di 10 giorni in Provenza, che conferma la mia ammirazione per i francesi, più easy e sportivi ed elegantemente rilassati di noi italiani.

– tutti hanno figli, molti figli, 3 is the magic number. I figli dei francesi sono biondi belli e non piangono mai. Le loro madri sono toniche e li tengono a bada con dinsinvoltura e una punta di distacco, cosa che manca patologicamente alle madri italiane;

– Marsiglia e’ come Napoli e come tutti i porti del mondo, il Panier e’ bello e le immense periferie spaventosamente brutte; la gente non beve così tanto Pastis come ci aveva fatto credere Izzo;

– la Provenza e’ come la Toscana (scherzo, dai) e le campagne sono più belle delle città, i vicoli di Aix ed Arles sono pieni di dehors carini ma villages come Bonnieux, Gordes, Rousseillon sono incantevoli;

– il Luberon e la Camargue sono davvero fighi, Avignone con i suoi papi mi ha fatto cagare e ho ripiegato su una cena a base di tapas e mojito, tipicamente provenzale;

– un mas in mezzo agli ulivi con piscina piace a tutti, e infatti costa. Una stanza modello cabina di nave in un etap hotel vista tangenziale e’ assai meno tipica, ma ricordati che a natale vai a Cuba e devi risparmiare;

– i fenicotteri rosa non sono davvero rosa, sono bianchi con una macchia rosa

– in Camargue ci sono davvero i cavalli bianchi, ma anche le zanzare, per quello in farmacia c’e la pubblicità degli spray per ‘zone infestate’;

– ad agosto la lavanda e secca ma l’abbazia di come si chiama fa la sua porca figura lo stesso;

– all’ile di porquerolles la sabbia e’ bianca come alle Maldive e la natura mediterranea e rigogliosa. Ovviamente non Sei l’unica ad aver avuto questa idea, ma basta una bici a lasciare indietro le folle;

– cercare un posto in campeggio sul mare nel weekend di ferragosto e’ una prova zen;

– petit dejeuner complet a colazione, baguette con chevre (formaggio di capra), moules frites (cozze e patatine) e tanto aglio ovunque non sono una dieta sostenibile a lungo.

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