Fare personal branding con @skande, tra tecnica ed empatia.

giugno 13, 2014 § 4 commenti

Personal Branding

Se, quando ero una liceale pseudo-alternativa che leggeva No logo, mi avessero detto che un giorno avrei comprato un libro intitolato “Fai di te stesso un brand“, bè, non ci avrei mai creduto. E invece ora, che sono una trentenne disincantata e molto più social – da tutti i punti di vista – dell’adolescente scontrosa di ieri, l’ho comprato. E l’ho letto. E ne parlo qui.

Non voglio fare una recensione del libro sul Personal Branding scritto dall’imprescindibile Riccardo Scandellari alias @skande. Vi dirò solo che la lettura è stata interrotta più e più volte per pormi domande tipo: perchè non ho la stessa foto su tutti i social? La mia bio di Twitter fa schifo? Quand’ è l’ultima che sono andata su Google+? Posso ottenere l’autorship di Google se ho WordPress gratis? Come starà andando il mio punteggio Klout? (c’è gente che ha perso il lavoro per questo).

E soprattutto, la vera domanda esistenziale ma io,che blogger sono?  book blogger? culture blogger? lifestyle blogger? o non rientrerò mica nell’esecrabile categoria dei blog generalisti, inutili ai fini di qualsivoglia opportunità professionale/inviti a eventi fighi/campioncini omaggio?

Mentre mi arrovellavo su queste questioni filosofiche, ho imparato alcune verità universali e altri astuti accorgimenti tecnici, del tipo: il blog non è morto,perché il personal branding ruota tutto intorno alla produzione di contenuto,  anzi bisognerebbe postare 1 volta al giorno (io è già tanto se arrivo a 1 a settimana), oppure che è meglio non accorciare i link con bit.ly sui social perchè agli utenti non piace e altre amenità.

Ma soprattutto, ho imparato la cosa più importante di tutte: che promuoversi online non è tanto diverso da cercare di essere una persona piacevole offline. Che bisogna essere gentili, empatici, cercare il contatto con persone nuove, non dare l’idea di voler vendere qualcosa anche se “siamo tutti qui per questo”, dare prima di ricevere. Insomma aprirsi a una dimensione di sharing che non vuol dire solo mettere i bottoncini di condivisione, vuol dire imparare ad ascoltare, a rispondere, ad aiutare. Gratis, perchè il vantaggio è nel creare relazioni, costruirsi una reputazione, essere percepito come un professionista e dunque poi, magari, essere chiamato a farlo, il professionista. Skande chiama tutto questo in un modo molto bello e poetico: “social karma“. La capacità di crearsi intorno un’aura di positività ed energia collaborativa, che si ottiene non focalizzandosi solo su di sé e quello che si scrive, ma ponendosi in una relazione di ascolto e condivisione con le altre persone che sono, o vorremmo che fossero, parte del nostro network. Good vibrations insomma, e già che siamo nel mood etno-hippy-zen:

Non inseguire le farfalle, ma prenditi cura del giardino, affinché le farfalle vengano da te

Il lavoro di personal branding può apparire uno sforzo ciclopico di ascolto e produzione di contenuti, con risultati non certo a breve termine: direi anzi una maratona online in cui vince chi resiste, in termini di costanza e qualità dei contenuti prodotti. Content marketing, perché il contenuto è il nostro valore online: se abbiamo cose interessanti da dire, e le diciamo bene, possiamo costruirci una reputazione senza dover spendere miliardi, senza dover pagare altri per farci pubblicità. Scegliere il proprio argomento, e spiegarlo in modo chiaro con un linguaggio umano, perchè come diceva Bukowski

“il genio è un uomo capace di dire cose profonde in modo semplice”

oppure, se ai poeti maledetti preferite gli scienziati capelloni, come diceva Einstein

“Non hai veramente capito qualcosa finché non sei in grado di spiegarlo a tua nonna”.

Infine, come dice Rudy Bandiera, fido socio di @skande in NetPropaganda, non bisogna prendersi troppo sul serio. Già, perché da un lato è vero che i pilastri su cui poggia il successo online sono 1.search 2.social e 3.digital PR, ma alla fine il primo teorema di Rudy Bandiera è la leggerezza, ovvero la capacità di dire le cose che vogliamo dire alleggerendo i toni, quando non rendendole frivole, per attirare l’attenzione e farci leggere più piacevolmente. Ovviamente, precisa, leggerezza non vuol dire volgarità, essere frivoli non vuol dire essere stupidi. In fondo, siamo qui per costruirci una reputazione, non per fare i giullari di corte. foto

Non me ne frega niente dell’uso degli hashtag…dammi le mie crocchette o ti mangio il tuo Kobo

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