Open, la biografia di Andre Agassi

novembre 1, 2013 § 1 Commento

Odiare una cosa, e dedicarci tutta la tua vita. Perché giocare a tennis è tutt’altro che un gioco, specialmente se qualcuno ha deciso che sarai un campione. La storia del tennista Andre Agassi raccontata nella sua biografia, Open.

Agassi Open

Ultimamente, lo sport mi perseguita. Io, che mi sono sempre vantata di essere contraria agli “sport da divano”, sono finita a occuparmi di contenuti web per un progetto di sponsorizzazioni sportive (Supporting your Passion, dategli un’occhiata). Ora so chi è primo in classifica nella MotoGP (Marquez, e Lorenzo a 13 punti da lui), quand’è la prossima partita della Nazionale (15 novembre, amichevole con la Germania) e chi ha vinto i Mondiali di Ciclismo (Rui Costa). Devo dire che tutta questa saggezza mi ha dato un sacco di punti nelle conversazioni con gli amici maschi, oltre che dei soldi per i testi che scrivo. Comunque, sta di fatto che, non paga di tutto ciò, ho comprato un libro che parla di sport: Open, la biografia del tennista Andre Agassi (Einaudi Stile Libero).

Ora, io di tennis, match e tornei ATP non capisco nulla. Non so cosa sia un serve-and-volley né un ace (a parte il succo di frutta, ovviamente). Il nome Agassi suscita in me il vago ricordo di una massa di capelli biondi molto frisé e molto anni ’80. E che centra qualcosa con Steffi Graf, tennista anche lei.
Nonostante ciò, ho acquistato, e letto fino all’ultima riga, una biografia di un tennista di quasi 500 pagine. Perché? per farmi del male? No, semplicemente così, perché me ne avevano parlato bene. Mi avevano detto che era un libro che non parlava solo di tennis, ma molto di più, una metafora della vita dedicata (sacrificata) a un solo risultato.
Già, perché il succo della storia sta tutto qui: Agassi odiava il tennis.

Odio il tennis, lo odio con tutto il cuore, eppure continuo a giocare, continuo a palleggiare tutta la mattina, tutto il pomeriggio, perché non ho scelta. Per quanto voglia fermarmi non ci riesco. Continuo a implorarmi di smettere e continuo a giocare, e questo divario, questo conflitto, tra ciò che voglio e ciò che effettivamente faccio mi appare l’essenza della mia vita.

Ma Agassi ha un padre fissato con il tennis, che vuole un figlio campione. Ad Andre va di sfiga, perché ha talento, più talento dei suoi fratelli, e il padre non può non accorgersene. Il ragazzino vince alla stragrande e suo padre ha deciso che diventerà un campione. E Agassi diventerà un campione, infatti. Un campione fragile, complicato, insicuro, che si maschera dietro look stravaganti, che si sposa con Brooke Shields ed è già pentito mentre le fa la proposta, che non fa un passo senza la sua squadra di allenatori e guru strampalati. Che vince, o perde, perché è allenato o perché non si concentra, a seconda.

Certo, diventa un campione, ma per buona parte della sua vita sembra non godersi affatto le sue vittorie. E’ un incubo, non certo un gioco. E’ il prezzo da pagare per essere il numero 1 in qualcosa, qualunque cosa? Forse si, per raggiungere un tale livello di eccellenza, che sia nello sport o nel lavoro o nell’arte, bisogna sacrificargli una vita intera. E’ il motivo per cui io sguazzo nella mediocrità. Perché non sono portata, io, ai sacrifici. Perché ho paura che se mi dedico al 100% a una cosa, e poi quella cosa fallisce, io non sono più nessuno. Perché il mio ideale di vita è l’equilibrio, e uno come Agassi è tutto tranne che equilibrato.

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