Sofia sta per esplodere. Intrecci tra due libri di Paolo Cognetti.

settembre 5, 2013 § 1 Commento

Ho letto da poco non ricordo dove un aneddoto su un film del Neorealismo, forse Ladri di biciclette. Racconta di un operaio di Roma che pretende di riavere indietro i soldi del biglietto, perché il film non racconta una storia da film, ma quello che lui e la sua famiglia vivono ogni giorno, e allora che senso ha pagare per andare al cinema?

Paolo Cognetti racconta delle storie così, quotidiane, dure, senza speranza e senza lieto fine. Quest’uomo ha due anni più di me e scrive dannatamente bene. Scrive per minimum fax, che per me è una bibbia: loro sanno scegliere, c’è poco da fare. E le sue storie sono vicinissime a noi, comuni eppure eccezionali.

Genitori ricchi abbandonano feste da ricchi il sabato notte. La prima riga del primo racconto della raccolta “Una cosa piccola che sta per esplodere” pare evocare atmosfere fitzegeraldiane, per poi esplodere alla terza pagina nella durezza dell’anoressia, malattia che è una calcolata dichiarazione di odio. Odio verso la vita, odio verso la propria madre. Le nostre madri deboli, indebolite dall’inattività e dalla frivolezza. Lo stesso nome, Margherita/Margot, che ritroviamo in Sofia si veste sempre di nero, le stesse dinamiche di amicizia malata all’interno di una clinica/collegio. Una cosa piccola che sta per esplodere è una raccolta di racconti e ha un tema: l’adolescenza. Periodo ingrato, che tu sia una pelleossa di buona famiglia, un’orfana con i fianchi larghi, le zeppe e il fondotinta a coprire i brufoli o una cameriera vestita da rodeo al centro commerciale. Che tu sia un neo-sedicenne destinato a un futuro da meccanico oppure un ragazzino abbandonato in un campeggio. E i genitori hanno sempre le loro colpe, perché puoi fare del tuo meglio, i figli saranno sempre una battaglia persa. Forse le pagina più belle di Sofia si veste sempre di nero erano quelle dedicate all’adolescenza, un periodo della vita in cui Paolo Cognetti, letterariamente parlando, si trova perfettamente a suo agio, che sa descrivere benissimo con quel suo modo di tirar fuori l’emozione dalle vicende più quotidiane. L’adolescenza è il passaggio dal mondo semplice del motore a due tempi del motorino alla plastica e all’elettronica delle automobili. E’ immaginarsi il padre che si vorrebbe avere inventando storie con un unico eroe oppure cercandosene uno alternativo, uno che sappia costruire capanne nel bosco e insegnarti a sparare, e non solo accumulare debiti. Qui ci sono storie diverse, slegate tra di loro, in Sofia c’erano, alla fine, storie diverse unite dal filo comune di un personaggio. C’era una ragazza figlia di una famiglia disfunzionale perché troppo ordinaria, qui ci sono famiglie disfunzionali e figli che cercano una bussola per orientarsi. C’è poca luce in fondo al tunnel, un barlume appena di speranza. Molta rabbia, e poco amore. C’è la famiglia come fulcro di tutte le negatività, alla faccia dei family day e di famiglia cristiana.

Leggi qui la mia recensione di Sofia si veste sempre di nero

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