la lampada della pixar

dicembre 15, 2011 § Lascia un commento

In queste settimane si fa un gran parlare della Pixar, la casa di produzione di tanti lungometraggi di animazione, da Toy Story a Cars. Io ammetto di non essere una fan del genere, e di non aver visto film “animati” per moltissimo tempo dopo La Sirenetta (dovevo avere 9-10 anni).
Poi, mi sono imbattuta in qualche corto e lungometraggio a casa di amici con figli piccoli.
Poi, nella mostra dedicata a Steve Jobs al museo di scienze regionali di Torino.
Insomma, tutti ne parlano e pare che io sia stata fuori dal mondo fino adesso. A Meet the Media Guru è ospite Lasseter, che della Pixar è (ovviamente) il direttore creativo: la folla impazzisce, come riassume questo Storify. A Milano c’è una mostra intera dedicata alla Pixar. Su Internazionale c’è un lungo articolo dedicato a come si lavora alla Pixar, apparentemente una specie di paradiso, tra cereali gratis e possibilità di personalizzare i propri spazi di lavoro nei modi più assurdi. Di tutta questa euforia mediatica sul tema, vorrei salvare solo un piccolo aneddoto, probabilmente già arci-noto e arci-raccontato.
Come tutti sanno (e se non lo sapete siete fuori dal mondo quasi quanto me), ogni film della Pixar inizia con la sigla in cui si vede una lampada da lavoro che schiaccia la I del logo. Questa lampada è un omaggio al primo corto della Pixar, che risale al lontano 1986 e si intitola Luxo Jr. Lo potere vedere QUI. E’ la storia di una palla e di due lampade – una piccola e giocherellona e una più grande che cerca di tenere a freno l’altra.
Racconta Lasseter che dopo la presentazione del corto a una conferenza di specialisti di computer graphic vide un informatico che conosceva avvicinarsi verso di lui.  “Trepidante, si domandava di cosa volesse parlargi: algoritmi del rendering? z-buffer? jaggies? (ovviamente non so cosa siano, sto citando dall’articolo di Internazionale). Ma Blinn aveva solo una domanda: “John, la lampada più anziana era la madre o il padre?
Perché citare questa storiella? Per ricordare  che gli effetti speciali più cool del mondo non valgono nulla senza una buona storia. Che alla base di tutto ci sono le emozioni. C’è il racconto, oggi come nell’86 come ai tempi di Omero. Che poi, intorno al nucleo centrale di una semplice storia ci siano tecnologie potentissime e miliardi di ore di lavoro di un casino di persone, bè, quella è un’altra storia.

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