Michela Murgia@Fondazione Sandretto

novembre 13, 2010 § Lascia un commento

Michela Murgia, fresca vincitrice del Premio Campiello 2010 con il romanzo “Accabadora“, è alla Fondazione Sandretto. Ad attenderla, un parterre molto chic composto dalla Torino intellettuale, da una delegazione della Confindustria Veneto (promotrice del Campiello) e infine da una orgogliosa, anche se forse meno chic, rappresentanza di sardi trapiantati in terra sabauda. La scrittrice, anche lei molto elegante in total black, viene intervistata da Giovanna Zucconi, intellettuale precisina ma dotata di pungente ironia. L’intervento della Murgia, per quanto  abbastanza breve, è davvero intenso e sincero, capace di scaldare persino l’ambiente minimal chic della Fondazione Sandretto. Lei è simpatica, immediata, non se la tira per niente e pare anche un poco timida, con il suo sorriso spontaneo e le sue forme rotonde che contrastano con l’irreprensibile stile sabaudo della signora Patrizia Sandretto Re Rebaudengo.
Parla del suo, inaspettato, successo. Dice che è capace di scrivere libri solo se qualcuno le chiede “raccontami una storia“. Accenna al suo primo libro, quel “Il mondo deve sapere” che ha ispirato il film di Paolo Virzì “tutta la vita davanti”, storia tragicomica di una precaria dei call center, in realtà un blog diventato libro stampato. Racconta di come dopo aver pubblicato quel primo romanzo l’abbia chiamata la scuola Holden chiedendole un racconto di 5 pagine circa, per un concorso di esordienti a Bardonecchia. Lei però,  5 pagine nel cassetto non le aveva, e per di più gli esordienti invitati a quel premio erano 20 di cui 18 della scuola Holden. Tranne lei, dice, che era della scuola Kirby (l’aspirapolvere che vendeva al call-center). Però d’altra parte lei la neve non l’aveva mai vista,  l’idea di andare a Bardonecchia gratis non le spiaceva affatto e in più in quel periodo lavorava come portiere di notte in un albergo e aveva un sacco di tempo libero. Così, di notte,  scrive quelle  5 pagine per il concorso. Diventeranno le prime 5 pagine di Accabadora.
Riconosce alla scuola Holden che il concorso di esordienti non era truccato, perchè lo vince lei. Nasce il romanzo.

Un romanzo che parla di vita e di morte, un romanzo arcaico così diverso dalla storia iper-contemporanea del call-center. La storia di una donna e della sua “fill’e anima”, figlia adottiva diremmo oggi. Un'”accabadora”,  figura di cui narranno storie e leggende popolari in Sardegna, che di mestiere fa quello che oggi chiamiamo eutanasia.

Michela Murgia parla del Premio Campiello, di come il suo libro ha avuto successo anche con poca promozione,di come ci siano scrittori bravi ma poco famosi e cita Nicola La Gioia e il suo “Riportando tutto a casa”. Poi parla della Sardegna. Dice che su ibs chi compra il suo libro ha comprato altri libri di scrittori sardi, anche se gli scrittori sardi scrivono ognuno a modo loro: non c’è una letteratura sarda, ma c’è una voce di popolo, che nasce dalla tradizione orale, c’è un senso forte di appartenenza. Di comunità. Michela Murgia insiste molto sul tema della comunità, del senso di solidarietà fra le persone, di come se esiste questo senso di gruppo diventa anche giustificato l’interesse degli altri nella tua vita privata. Parla di vita di paese, in cui tutti si conoscono e tutti ti chiedono tutto, e ne hanno in un certo senso diritto, perchè loro sono la tua comunità. Parla di sè, del suo neo-marito bergamasco che ha portato a vivere a Cabras, Sardegna profonda. Pare di stare a una cena tra amiche.

L’incontro finisce già, mi sembra che sia stato brevissimo. Il papà di Paolo scende e parla a Michela Murgia in sardo, racconta di Cabras. Lei risponde, in sardo, mentre gli invitati chic si salutano fra loro e si preparano all’aperitivo.

www.michelamurgia.com

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