Musei 2.0, appunti da un seminario. Fitzcarraldo@DNA Italia

ottobre 4, 2010 § 2 commenti

Lingotto di Torino, ore 9.30 di sabato. Ho fatto una fatica immane ad essere qui stamattina, ma così avevo deciso e così ho fatto. La conferenza intitolata “Surfing and Walking: i musei e le sfide del 2.0”, inserita all’interno del salone DNA Italia, è organizzata dalla Fondazione Fitzcarraldo, una vecchia conoscenza di quando preparavo la mia tesi sul marketing museale, e parla di web e nuove tecnologie, cioè quello che faccio ora per lavoro. Quindi, non potevo mancare.
Il programma della mattinata prevede saluti delle autorità (ma Resca e Coppola non ci sono) e numerose case history sia italiane che straniere. Alessandro Bollo di Fitzcarraldo e Patrizia Picchi della Regione Piemonte introducono la conferenza sottolineando come il 2.0 non sia solo una questione di tecnologie ma rappresenti un cambio di mentalità, un’apertura al dialogo con il pubblico, un nuovo modo di interagire con il museo, in modo più fluido e aperto.
Due ragazzi entusiasti dall’accento romano rappresentano il MIBAC – Ministero per le Attività e i Beni Culturali, anzi ne rappresentano l’area rivoluzionaria, quella che con un colpo di mano ha portato il MIBAC su Facebook e su iPhone, convinti che i musei debbano essere, anche, divertenti.
Shelley Bernstein del Brooklyn Museum di New York sembra un ragazzino di 15 anni, paffutella e coi capelli cortissimi, ma quando apre bocca inizia uno show travolgente su come ha portato un museo periferico a essere una realtà davvero user friendly, utilizzando tutti i mezzi tecnologici e non a disposizione, da Facebook-Twitter-Flickr a una serie di cambiamenti quali foto libere, più sedie nelle sale, staff simpatico, feste il sabato sera e mostre con annesso intervento del pubblico (vai alla mostra sui graffiti? C’è un muro bianco anche per i tuoi scarabocchi). Parla dell’importanza di far sentire la gente a casa, del rapporto con la comunità locale, di come sui social network è importante accettare i rischi della discussione e parlare con voce personale. Del suo interevento si potrebbe parlare per un post intero, vi rimando al suo blog .
Una polacca con il nome impronunciabile, Tamara Sztyma-qualcosa, racconta del nascituro museo degli ebrei polacchi, museo che vede una stretta interazione con la comunità locale, anche sul web. L’intervento sarebbe anche interessante, se non fosse che il pubblico dopo lo show dell’americana resta un po’ interdetto da questa signorina che legge in un inglese stentato il suo paper, con verve pari a zero e su un tema (ebrei polacchi…) che non è proprio il massimo del divertimento. Mi ricorda quando ero in Erasmus e dovevo parlare di fronte alla classe, nel mio inglese stentato.
Si è fatto ormai mezzogiorno e inizia – senza neppure una pausa caffè-bagno-sigaretta – la seconda parte della conferenza, introdotta da Ludovico Solima che cita l’articolo di Chris Anderson di Wired sulla fine del web a favore di un mondo internet a cui si accede sempre più attraverso le apps.
Lascia spazio dunque alla seconda tranche di ospiti: Luca Melchionna del MART di Rovereto che, dopo una intro teorica, passa a raccontare con molta franchezza i suoi sforzi per rendere il MART un museo “social”. Si torna all’estero con l’inglese Jim Richardson che dirige Sumo, un’agenzia di comunicazione specializzata in progetti culturali e racconta una case history molto carina: I like museums, un portale che organizza i musei del nord-est inglese in base a cosa-ti-piace-fare.
Chiudono i torinesi Alessandro Isaia (Fondazione Torino Musei) e Carlotta Margarone (Palazzo Madama) che raccontano la nostra realtà locale, che nonostante le resistenze si muove portando i musei nel mondo social, attraverso siti, pagine Facebook e Flickr ed eventi partecipativi, come il lancio del Museo di Arte Orientale, prima sui social network che nel mondo reale.

Detto questo, per sintetizzare gli argomenti della mattinata, vi faccio una to do list di cosa serve per essere un vero museo 2.0:

sito web: va be questo è ovvio, direte voi. Anche se ci sono delle varianti, come ad esempio se e come rendere disponibile l’intera collezione online. Al MART, ad esempio, non ce l’hanno fatta, mentre Palazzo Madama ha un massiccio database online e al Brooklyn Museum, addirittura, puoi taggare le foto delle opere, commentarle e condividerle, cosa che ha portato il pubblico a segnalare ai curatori errori vari e anche a scoprire insoliti collegamenti tra opere d’arte presenti nel museo e popolari serie TV, accendendo il dibattito e la curiosità online.

Facebook, Twitter, Flickr e Youtube: le pagine dei musei su Facebook non sono più un tabù. Piacciono, servono a dare informazioni al pubblico ma anche a vedere cosa pensa la gente, dai complimenti alle lamentele sugli orari di apertura. I ragazzi del MIBAC l’hanno aperta di nascosto, ora hanno oltre 18.000 fan e sostengono la correlazione tra questa (e altre) iniziative di comunicazione e l’incremento di visitatori nei musei statali. Facebook e Twitter servono principalmente come canale di comunicazione verso il pubblico, e ormai ce l’hanno quasi tutti, mentre su Flickr i visitatori postano le proprie foto al museo, visto che ormai sempre più gente vede i musei attraverso il proprio smartphone, in un continuo scattarsi foto ricordo di fianco ai quadri (vedi Brooklyn Museum e concorsi fotografici dentro Palazzo Madama).

apps, apps, apps: se il futuro è nelle apps, come dice Chris Anderson, i musei non stanno a guardare, lanciando i propri applicativi per smartphone. I ragazzi del MIBAC (a 34 anni in Italia sei sempre “ggiovane”), con la consueta schiettezza, dicono che l’iPhone “fa figo” e quindi è giusto che anche i musei abbiano la loro app.

progetti ad hoc: queste sono le case history più interessanti. Non importa quanto contenuto tecnologico ci sia dentro, l’importante è il cambio di mentalità, la voglia di fare qualcosa con il pubblico dei musei, per coinvolgerlo e farlo interagire. Esemplari i casi già citati di SUMO e del Brooklyn Museum.
Detto così sembra tutto facile e bello, ma nella realtà i problemi non mancano. I relatori ci parlano dei loro successi e delle loro pagine Facebook, ma sono qui perchè rappresentano l’avanguardia, almeno in Italia. Le resistenze restano tante, anche perchè si tratta di un cambio di mentalità non da poco, che vede il museo come un servizio per il pubblico, paragonabile a un’attività retail (cioè un negozio, il copyright è di Resca, il direttore del MIBAC). In Italia, spesso, mancano le risorse capaci di gestire questo dialogo con il pubblico, permane una difficoltà a parlare il “linguaggio del web”. Insomma, qualcosa sta cambiando, davvero, e per chi conosce le resistenze del mondo museale italiano non è poco.

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